Piccolo Bellini, dal 7 al 12 maggio

Trainspotting

da Irvine Welsh
versione Wajdi Mouawad
traduzione Emanuele Aldrovandi

uno spettacolo di Sandro Mabellini

drammaturgia scenica e interpretazione Marco S. Bellocchio, Valentina Cardinali, Michele Di Giacomo, Riccardo Festa
elementi scenici e costumi Chiara Amaltea Ciarelli

produzione Tieffe Teatro Milano

Del romanzo di Irvine Welsh, diventato un cult generazionale grazie alla trasposizione cinematografica di Danny Boyle, esiste una riduzione teatrale firmata da Harry Gibson e un adattamento dell’autore di origine libanese Wajdi Mouawad: questo testo oggi rivive nel lucido allestimento di Sandro Mabellini. Anche nella sua versione, i quattro protagonisti, sconfitti e rassegnati alla mancanza di senso dell’epoca contemporanea, si negano alla vita, reagendo al proprio malessere attraverso i furti, l’alcool e la droga. Trainspotting è dunque un viaggio allucinogeno, un trip adrenalinico e alienante nel nichilismo dilagante degli ultimi decenni. La messa in scena dell’atteggiamento decadente e amorale dei quattro personaggi offre uno spunto di riflessione nell’analisi delle dinamiche sociali e individuali della nostra epoca.

*Lo spettacolo è consigliato a un pubblico maggiore di 16 anni.

Prezzi: 18€ intero, 15€ ridotto, 10€ Under29

Orari: feriali ore 21:15, giovedì ore 19:00, domenica ore 18:30

Irvine Welsh

TRAINSPOTTING

versione
Wajdi Mouawad

traduzione
Emanuele Aldrovandi

uno spettacolo di
Sandro Mabellini

drammaturgia scenica e interpretazione
Marco S. Bellocchio | Valentina Cardinali | Michele Di Giacomo | Riccardo Festa

elementi scenici e costumi
Chiara Amaltea Ciarelli

produzione
Tieffe Teatro Milano

La società s’inventa una logica assurda e complicata, per liquidare quelli che si comportano in un modo diverso dagli altri. Ma se, supponiamo, e io so benissimo come stanno le cose, so che morirò giovane, sono nel pieno possesso delle mie facoltà eccetera eccetera, e decido di usarla lo stesso, l’eroina? Non me lo lasciano fare. Non mi lasciano perché lo vedono come un segno del loro fallimento, il fatto che tu scelga semplicemente di rifiutare quello che loro hanno da offrirti. Scegli noi. Scegli la vita. Scegli il mutuo da pagare, la lavatrice, la macchina; scegli di startene seduto su un divano a guardare i giochini alla televisione, a distruggerti il cervello e l’anima, a riempirti la pancia di porcherie che ti avvelenano. Scegli di marcire in un ospizio, cacandoti e pisciandoti sotto, cazzo, per la gioia di quegli stronzi egoisti fottuti che hai messo al mondo. Scegli la vita. Beh, io invece scelgo di non sceglierla, la vita. E se quei coglioni non sanno come prenderla, una cosa del genere, beh, cazzo, il problema è loro, non mio. Come dice Harry Lauder io voglio andare dritto per la mia strada, fino in fondo…

[…] La versione teatrale italiana ideata da Sandro Mabellini non subisce il contraccolpo della traslitterazione dalla celluloide al palco ma anzi riesce a dare nuova linfa, grazie ad una regia raffinata e scarna insieme, concreta e lucida che molto si basa su puntamenti e direzionamenti luci, e ad interpreti corroboranti e vigorosi, ad un discorso qui mai trattato con banalità né superficialità. Qui non è la droga la protagonista, non è lo sballo, ma lo sfascio, lo sfacelo, la distruzione del sé. Antieroi e la loro eroina. […]

Tommaso Chimenti – Recensito

[…] Gli attori danno il meglio di sé: visi spiritati, parole biascicate, recitazione deforme. Sono in preda a mille tic e mille nevrosi. Assistiamo alla dilatazione delle loro pupille. Percepiamo le crisi d’astinenza, i dolori muscolari e delle articolazioni, la nausea, il vomito, i crampi allo stomaco, la dissenteria, i brividi, la pelle d’oca, la sudorazione, la lacrimazione oculare, l’estrema irrequietezza. È un mix d’ansia e disforia, depressione ed esaltazione. […]

Vincenzo Sardelli – klpteatro

Trainspotting (T) è conosciuto al grande pubblico come il film di Danny Boyle, uscito nel 1993, e interpretato da Ewan McGregor; ma T è soprattutto un romanzo scritto da Irvine Welsh, scritto in forma teatrale da Harry Gibson, poi tradotto in francese e adattato dall’autore di origine libanese Wajdi Mouawad.
Per ingannare la noia, i personaggi rubano, si fanno di eroina, alcool, rabbia repressa, e passano il tempo a “osservare i treni”, senza mai prendere quello giusto. Sono lì che attendono qualcosa che non arriverà mai, e nel frattempo si distruggono quella vita che hanno scelto di non scegliere. I più deboli, muoiono. I più forti, perdono comunque. Trainspotting è un viaggio allucinogeno, un trip adrenalinico e alienante in cui quel nichilismo post-tatcheriano degli anni ’90, rischia violentemente di raccontarci un percorso esistenziale ancora attualissimo, mai finito, in procinto di riversarsi come uno tzunami sulla nostra generazione.

[…] Nell’affrontare questa materia infida, livida, respingente ma a tratti anche sottilmente ironica, e non priva dei risvolti di un’incongrua tenerezza, Mabellini torna a quei linguaggi teatrali destrutturati, informali che gli sono più congeniali, uno stile rigorosamente anti-naturalistico, lontano da qualunque convenzione rappresentativa: si parla ad esempio incessantemente di aghi e di buchi, ma emblematicamente non appare una sola siringa sulla scena. […]

Renato Palazzi – Delteatro

[…] La versione scenica, infatti, è un racconto aspro, intenso, divertente e a tratti travolgente, giocata su codici sicuramente volgari, smaccatamente espliciti in cui il turpiloquio si muta spesso in vertigine creativa. Si ride, di fronte a queste squassate vicende, pensando forse non ci riguardino più di tanto: invece, a guardar bene, la provincia italiana, quella brutta bestia fatta di noia e depressioni, di inutilità e frustrazioni, di violenze e sofferenze, non è poi così lontana da quella scozzese dei passati anni 90. Magari si diranno meno “fottuti”, ma male si sta male. […]

Andrea Porcheddu – Glistatigenerali

[…] I quattro interpreti sono notevolmente guidati ad un risultato attorale collettivo e soggettivo di alto calibro. La techno la fanno loro a cappella mentre recitano, non c’è bisogno degli Underworld, entrano nelle complicatissime e ondivaghe parti in modo intenso, rendendo con la giusta cattiveria il senso delle vite in bilico di Welsh. Non mi sorprenderebbe se questo spettacolo, un must see della stagione, o qualcuno dei suoi terzi (drammaturgia, regia, attori), ottenesse in una qualche forma un riconoscimento per il lavoro fatto.

Se così fosse, sarebbe meritato. Niente da dire. Lo rivedrei. E non capita spesso di poterlo dire. […]